Curata da Fabio Dei, Fabiana Dimpflmeier e Francesco Vietti,
questo numero della rivista è veramente una lettura proficua e stimolante per
chi si occupa di fantascienza. È una bellissima raccolta di saggi, ben
selezionati e ben curati, che si assume il compito di gettare un ponte tra
fantascienza e antropologia, e insieme suggerisce i punti ove tale intersezione
tra le due discipline è già operativa. Tale legame, infatti, è già evidente in
molti scrittori di fantascienza ma, scopriamo, anche tra molti studiosi
antropologi vi è una speciale sensibilità per la scrittura fantascientifica.
Perché la fantascienza anche se rischia spesso di cadere nello stereotipo o
nella commercializzazione banalizzante, consente, quando è grande letteratura,
l’accesso a una dimensione altra che,
talvolta si nasconde dietro il quotidiano e che altrimenti sarebbe assai arduo
rinvenire.
Per la fantascienza il riferimento di partenza è
probabilmente il Micromegas di
Voltaire (1752) che rappresenta il tentativo di leggere l’umano da una
posizione esterna, che è poi lo stesso lavoro dell’antropologo. D’altra parte
la realtà di oggi ci chiama a riflettere sul destino presente e futuro
dell’umanità, anche di fronte a gravi
crisi (la pandemia, la crisi climatica, le guerre) e l’approccio razionale,
talvolta risulta insufficiente, serve anche un approccio creativo come quello
che può fornire la fantascienza.
Ma vediamo più nel dettaglio il contenuto del volume.
Dopo l’editoriale dei curatori (“Le meraviglie del
possibile. Antropologia e fantascienza”) troviamo il saggio di Fabio Dei “La
fantascienza, il meraviglioso e il terrore della storia. Variazioni
demartiniane”. Dei analizza l’interesse del grande antropologo Ernesto De
Martino per la fantascienza soprattutto alla luce dell’incompiuto saggio sulla Fine del mondo. La fantascienza appare
al grande studioso, un riferimento essenziale, sia come prospettiva politica
rispetto al futuro utopico o distopico, sia soprattutto come mito che sostituisce i miti tradizionali
nella cultura di massa (occupando così il posto del mondo cavalleresco, di miti
e fiabe popolari, di storie e immagini religiose). In questo senso la
letteratura di fantascienza sarebbe una forma di apertura di fronte al terrore
della Storia e al rischio della perdita di significato.
Segue il saggio “Mondi (im)possibili. Le narrazioni
apocalittiche nella fantascienza” di Franco Lai. L’autore cerca di riscattare la
letteratura di fantascienza dallo stigma di letteratura di massa, di prodotto puramente commerciale.
In realtà al suo interno ci sono anche opere di valore. In particolare le
narrazioni apocalittiche hanno in comune un contenuto critico rispetto allo sviluppo
tecnologico e sociale dell’umanità che merita di essere preso in
considerazione. Perché attraverso queste narrazioni si esprimono le inquietudini diffuse nella società. Cita Al-Khalili,
Shute, Glukhosky, Ballard, Harrison, Stanley Robinson, Stewart, Reynolds,
Atwood, Finnery, Lewis, Le Guin. Le narrazioni apocalittiche datano dalla fine
dell’800 e percorrono tutto il ‘900 sotto l’influsso di scoperte scientifiche,
mutamenti sociali, innovazioni tecnologiche. Raccontano scenari improbabili che
però consentono una ispezione del presente e una lettura del futuro.
L’immaginario apocalittico del nostro tempo, rispetto ai millenarismi antichi,
non prevede reintegrazione o possibile salvezza o riscatto, ma solo il rischio
come tale. Apocalissi senza escaton,
dunque come già aveva intuito De Martino.
Segue il saggio “Solo questione di tempo. La fantascienza e
il futuro del trans umanesimo”, di
Federico Scarpelli il quale ci indica come il transumanesimo riveli un
immaginario sociale diffuso che trova nella fantascienza una sua proiezione
efficace. Caratterizzata da un ingenuo ottimismo rispetto l’evoluzione
tecnologica, letta sempre come positiva. Nota, inoltre, il legame tra
transumanesimo e fede religiosa, trasparente anche nel tentativo di “risolvere”
il problema della morte.
Lorenzo Urbano si occupa del tema della libertà individuale
e quindi del libero arbitrio e dei condizionamenti che ci spingono ad agire nel
saggio “La responsabilità e il multiverso. Etica, azione, libertà tra Ted
Chiang e Alcolisti Anonimi”.
Seguono alcuni stimolanti saggi in lingua inglese:
”Dissecting Aliens, Imagining Futures. Rethinking the 1995 Roswell Autopsy
Video Hoax” di Marco-Benoît Carbone e
“Science Fiction’s Emergent Anthropologies. SF Beyond Anthropological Science
Fiction, Samuel Gerald Collins. A matter of world-building.” Una conversazione
con Amitav Ghosh.
Francesco Vietti in “Antropologia solarpunk. Fantascienza,
ambienti urbani e pratiche di sopravvivenza collaborativa” sottolinea come la
letteratura speculativa urbana sviluppata dal modello solarpunk abbracci temi
quali la disuguaglianza e la sostenibilità e trovi molta consonanza con il
lavoro sviluppato al Mufant (il Museo del Fantastico e della Fantascienza di
Torino). Tesi dell’autore è che fantascienza e antropologia stanno ormai
percorrendo un terreno comune e l’incontro è inevitabile e arricchente per
entrambe.
Conclude questo bel numero della rivista una interessante
analisi dal titolo “Etnografie di mondi possibili: la fantascienza di Ursula K.
Le Guin”, di Cristiana Natali che fa il punto sulla scrittrice che ha il merito
di aver rotto il pregiudizio patriarcale della fantascienza classica, anche
nella convinzione che in fondo la fantascienza è una forma di antropologia.
A coronamento di tutto il lavoro le ultime pagine sono
dedicate a una intervista davvero interessante: “Un desiderio di altrove: una
conversazione con Wu Ming” anche a partire dal romanzo UFO78 dove la
protagonista, non a caso, è proprio una antropologa. Wu Ming sottolinea il
contenuto politico di ogni scrittura
fantastica in quanto espressione di un desiderio di altrimenti, di un diverso modo di vivere e di pensare la società.
Non quindi facile escapismo ma piuttosto impegno intellettuale. Del resto nel
lavoro di “fare mondi” c’è sempre, al di là della volontà dell’autore, un
risvolto politico.